L’esordio – p.2
< Qui trovi la parte 1.
La notte successiva inizia esattamente come quella che l’ha preceduta, ma stavolta la fatica di addormentarsi non è dovuta solo all’ansia. Inizia a salirmi la classica presa male. E se fosse un segno? Magari sta cosa di andare in pista è una cazzata colossale. Io sono un velista infondo, mi muovo piano come filosofia di vita. Ha senso tutto questo?
Il sonno arriva e di conseguenza la mattina. La storia si ripete passo passo.
Sveglia – doccia – colazione – vestizione – bacio e box.
Entro in Brebemi carico a molla e nonostante veda le gocce di pioggia sulla visiera del casco non demordo. Ho visto le previsioni, danno nuvoloso e mancano ancora 2 ore all’inizio del turno.
Tutto come il giorno prima: arrivo al cancello dell’autodromo, sento le moto che sgasano, mi prende il panico, non voglio più entrare.
Stavolta però sono più preparato e vado diretto dagli addetti al check pneumatici. Via 1 bar di pressione dalla ruota posteriore, qualcosa meno da quella anteriore. Io non lo sapevo ma in pista a quanto pare si entra con le gomme a terra. Mi fido.
Brief piloti, oggi una formalità. Siamo gli stessi di ieri, solo più incazzati. Anche perché sta piovendo.
È un incubo.
Mi perdo a guardare fuori dalla gigantesca finestra dell’aula che affaccia sul rettilineo, con la classica aria malinconica di chi ha capito che questa cosa non s’ha da fare.
L’istruttore però, a differenza del giorno prima, non ci manda a casa ma sentenzia un netto e deciso:
“Signori, la pista è bagnata – molto a giudicare dalla sua faccia – ma è agibile e chi se la sente può entrare. Mi sento caldamente di sconsigliarlo ai neofiti e a chi monta le gomme slick.”
Slick? Mi viene da ridere. Ho le gomme stradali con cui ho appena fatto 80km di autostrada.
Io sono neofita, ora che faccio? È da troppo che aspetto questo momento.
Cinque sono i minuti che mi prendo per meditare; guardo L (l’istruttore) e con quell’ultima stilla di coraggio che mi rimane mi pronuncio: “Io entro.”
Il resto è storia. Lungo clamoroso alla prima curva, il ginocchio probabilmente vede l’asfalto più lontano di quanto non facciano gli occhi e un ragazzo davanti a me si lancia in high-side.
La giornata finisce senza danni (per me), con i tempi sul giro degni di un bradipo ma con la consapevolezza di aver appena vissuto un giorno che mi porterò nel cuore a vita. Oggi ho toccato il cielo pur rimanendo saldo a terra…e meno male, potrebbe commentare il ragazzo che mi è volato davanti (per la cronaca, stava bene dopo il botto).


